Medicina popolare siciliana 

  

     

Da siciliano che ama la sua terra, mi fa piacere dedicare un capitolo curioso.

Proprio sulla medicina è stato scritto un trattato da un medico e autore siciliano quale Giuseppe Pitrè

Chi è?

Giuseppe Pitrè (1841-1916). Di professione medico, si dedicò anche a studi storici e filologici. L'attività per cui si conquista una posizione eminente nella cultura del suo tempo fu la raccolta e lo studio delle tradizioni popolari. Fu presidente della Società siciliana di storia patria, della R. Accademia di scienze e lettere di Palermo, senatore del regno (1914), professore di "demopsicologia" (come egli chiamava il folklore) all'università di Palermo. Fondò il museo di etnografia siciliana (che porta il suo nome). La sua opera maggiore, per ricchezza di materiale e ricerca, è la Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane in 25 volumi. 16 volumi di Curiosità popolari tradizionali. Nel 1894 pubblicò la Bibliografia delle tradizioni d'Italia, di cui un secondo volume è rimasto in manoscritto.

 

Riportiamo alcuni brani molto simpatici così come sono stati scritti dal volume Medicina popolare siciliana.

Il medico ed il Farmacista

Oggi il medico è un uomo come tutti gli altri; non sempre porta canna con pomo d’argento e fiocco di seta, tabacchiera d’argento come una volta portava valdrappa; ma quando ha da osservare un ammalato (parlo del medico del vecchio stampo), lo guarda, gli tasta il polso e gli tocca la lingua ripassandovi sopra l’indice non sempre mondo di tabacco, o il mignolo. Le sue ricette (ricetti, rizetti) non sono quelle lunghissime delle antiche formole. Quelle ricette erano (e son lieto di adoperare qui il tempo imperfetto, invece del presente) spedite al farmacista presso il quale egli, il medico andava a fermarsi ed a conversare; e poi lasciamo fare al farmacista pel prezzo da caricare sulla medicina.

Studiando anche questa particolarità della vita passata, ho trovato cose incredibili. I prezzi erano di una esorbitanza che fa paura anche oggi che il denaro è sceso di valore. Su quei prezzi dovea il farmacista riprendere il capitale impiegato, fare i suoi grassi guadagni e pagare tanto per cento al medico amico. I guadagni erano tali che nelle Costituzioni protomedicali di Antonio d’Alesandronon permetteasi più del 50% all’aromatario: Nullus speciarius sit ausus vendere medicinam simplicem, ex qua lucretur ultra dubblum cius quod emit. Questo, l’anno 1429. Oggi il popolo, per vecchio adagio, dice ancora: Lu spiziali accatta a ròtulu e vinni a dramma (Lo speziale compra (le medicine) a rotolo e vende a dramma: e si racconta di un farmacista di provincia, che dovendo ammogliare un figliuolo senza professione con una ragazza ricchissima e richiesto di quel che darebbe al figlio, rispondesse: “Gli darò un sacco di zucchero ed un pozzo”; perché con un po’ d’acqua zuccherata sarebbe stato buono a comporre qualunque medicina ed a provvedere all’agiata vita della nuova famiglia. Note erano le poco oneste relazioni tra medico e speziale, e di questo secolo ce ne lasciò una pittura quanto fedele altrettanto dolorosa. I. Scimonelli in una delle sue satire. Le citate Costituzioni ordinavano che questi non desse, né il medico ricevesse salario o provvisione alcuna per compenso. Secoli prima, Re Federico II in una Costituzione, nel cap. De medicis, ordinava che nessun medico contrahat societatem cum confecctionariis; e Re Alfonso, rispettando l’antica consuetudine, permetteva e concedeva soltanto le medicine gratuite pel medico e la sua famiglia.

La gioventù, che viene su balda per vigore d’ingegno ma insieme per non piena conoscenza del passato, sbalordirà leggendo le prescrizioni fatte dai medici di una volta. Questa sola e basta: fra le medicine volute in una farmacia dalle Costituzioni protomedicali dell’Ingrassia (sec. XVI) erano: sciroppi di pomi, di succo di borragine, d’endivia, di fiori di malva, di agresto; conserva di fiori di malva, empiastro di bettonica; olii di sesamo, di seme di lino, di verme di terra, di scorpioni, di volpe, alcune delle quali non s’ha a stentare per vederle anche oggi in qualche farmacia dell’isola. Nel 1800 nell’Aromataria dei rr. Benfratelli di Palermo erano trovati in regola dai Rettori del Collegio degli Aromatari: la polvere di Guttetta, lo sciroppo di vitella, il grasso di vipera, lo specifico cefalico di Michele, ed un bel numero di rimedî che sarebbero vere amenità pei curiosi.

Il medico è sempre mal retribuito nelle grandi città; ma nei piccoli comuni,m quando egli non abbia del suo, vive meschinamente. Fino al 1860 in Acireale e altrove la visita si pagava un carrinu (cent. 21 di lira). Non è strano né raro che per una visita riceveva pochi centesimi o poche uova, o, addugatu ad anno, venga compensato con la somma di un’onza (lire 12,75) annuale. Usa pure il cosiddetto accordiu, accordo, che assicura alle famiglie l’assistenza illimitata del medico, ed al medico un compenso di 12 tarì all’anno ( “In Villalba – mi scrive il d.re Stefano Mulè-Bertòlo – fino a pochi anni addietro, il medico era ricompensato con alquante uova, con galletti, con verdure, ed era suo vantaggio notevole quando il così detto accordio gli assicurava tarì 12 (L. 5,10) all’anno”). In Palermo questo compenso è una graziosità appena credibile. I nuovi medici si fanno rispettare meglio che i vecchi e rideranno di quel disgraziato mediconzolo da tutti inteso medicu Tariòlu, che si contentava di un solo tarì (centesimi 42) a visita.

Nei primi del secolo XV il miglior medico-dottore non potea esigere più di tarì due (cnt. 85) per la prima visita, e di tarì uno per le visite successive; il medico non dottore avea diritto a tarì uno per qualunque visita. Un bando del Pretore i Palermo nel 1425 non consentiva ultra tarenum unum.

Nei primi del sec. XVII la visita era alita a tarì due, e tale rimase per due secoli e più nlle convinzioni e nelle abitudini del popolo pei medici dirò così popolari.

Non poche novelle tradizionali raccontano fatti coi quali potrebbero ricostruirsi la vita del medico d’una volta. In una, p. e., un medico ignorante porta adoso un pacchetto di ricette, che egli dà come gli vengono nel metter la mano in tasca dopo aver osservato l’ammalato, e dice;

Diu ti la manna bona,

Cà la tinta l’hai di supra,

(Dio te la madi buona, perché la cattiva l’hai addosso): motto che è passato in proverbio. (Pitrè, Fiabe, novelle e Racconti pop, sicil., v. IV, n, CCLI.

 

In vari comuni di Sicilia si racconta a proposito dell’accordiu:

Un medico (ed ogni comune fa il suo nome e cognome di un medico conosciuto), chiamato da un contadino ammalato, lo dichiarò in preda a un forte meteorismo intestinale. Mentre vi discorreva sopra e ne dava le ragioni, si sentì rintronare la casetta dell’ammalato, per violenta e rumorosa emissione di gas dal retto. – “Bene, benissimo! Esclamò il dottore: questo peto conferma il mio giudizio e vale dodici tarì!” – “Signor Dottore, rispose subito l’ammalato: se lo prenda dunque e subito come compenso dell’accordio di quest’anno!…”

 

Corporatura e pelle

Guardiamo adesso la superficie del corpo umano, e sentiamo quel che dice di esso la tradizione popolare.

Statura. Le persone di alta statura sono sena valore, senza disposizione a far cose che escano dal comune; buone a nulla: Longhi ammàtula ed anche Longhi e minchiuni; quelle di bassa statura invece, piene d’ingegno e di sveltezza. È difficili, dice un dettato, truvari un lungu spertu e un curtu minchioni: e si vuole che siano anche appassionate, amorose, affettuose, ma insofferenti. Altro dettato molto profondo:

 

            ‘I luonghi cini ‘vientu,

            ‘I curti, i sientimientu (Vittoria)2

 

                 Nota 2 I lunghi (sono) pieni di vento (vacui), i corti, di sentimento.

 

La vacuità e mellonaggine delle persone lunghe è rappresentata dalla frase ingiuriosa per esse: Citrolu senza semenza, e dal prov. burlesco: Longu longu, (o cannuluni, Villalba), citrolus est, che viene rafforzato dall’altro:

 

            Si tu vidi un omu lungu sapienti,

            Loda a Ddiu onnipotenti 1

 

Ma le cattive qualità nelle persone corte non mancano, e possono vedersi nei motti di disprezzo: Cortu, malu cavatu (corto, mal formato); Curtu, tuttu vizii 2. L’uomo corto si chiama in senso spregiativo; rancugghiu (Pal.), garra di cani (nic), garetto di cane.

La donna bassa è poi tutta spirito, tutta pepe e sale: La curtulidda ha centu spirdi comu li gatti 3.

Del resto il mondo non offrirebbe gli stridenti contrasti che offre se l’uomo alto fosse valoroso, il basso pieghevole e rassegnato, ed il rosso, leale:

 

Note: 1 Bisogna fare le debite riserve per il gusto degli amanti nella poesia popolare. Vari canti o varie versioni di un canto hanno un verso nel quale il giovane o la giovane loda la persona amata come longa e dilicata o dilicatedda. La delicatezza, come gentilezza di complessione si capisce; la lunghezza vuolsi intendere per la distinzione che ha la figura.

Del resto altro è pensare col proverbio, altro è parlare col canto; l’uno è espressione di esperienza, e quindi di ragione; l’altro è voce di affetto, di passione, e quindi di cuore.

 

2 Altri proverbi sulle due stature:

                Ad omu curtu dùnacci mugghieri,

                Ed a lu longu tagghiacci li peri.

 

                Arvulu curtu fa bon fruttu, (o tuttu fruttu);

                Arvulu longu tàgghialu di pedi.

 

                Lu longu è bonu pri cògghiri ficu,

                Lu curtu è bonu pri beddu maritu.

 

                L’omu longu, mancia càuli,

                L’omu curtu mancia fràuli.

 

3 Le bassine hanno cento spiriti come i gatti. – Secondo la credenza volgare, i gatti hanno molti spiriti in corpo, e non muoiono facilmente.

 

                Si lu longu fussi valenti,

                E lu curtu suffirenti,

                E lu rusu fusi liali

                Tuttu lu munnu sartia eguali 1.

Nota 1 Un uomo corto e tarchiato è detto: Curtu e chinu comu ‘na fava di vigna.

 

Si allunga fino all’età di 21 anno.

Corporatura. La pinguedine, come sarà detto innanzi, è ritenuta una malattia, almeno da coloro che l’hanno e che lamentano non potersi muovere con la naturale agilità.

I soggetti grassi in generale sono essi pure di ingegno più che volgare. Nun vali nenti un omu grassu e grossu. – Omu grassu, bufalus est. Così dicono due adagi, che non sono più lusinghieri verso le persone molto adipose.

Un bambino grasso è chiamato per ischerzo: Badda di sivu, palla di sego; e parlando di lui si esclama con meraviglia piena di compiacimento: E ch’è nutricatu a’ pèàssuli e ficu! o Pari c’ ha mangiatu pineddi = pine (Aci). La gente di mare chiama mabuttu un uomo grasso e corto.

Le donne grasse non fanno figli: Fimmini grassa, mugghieri strippa; al contrario delle magre, le quali ne fanno troppi: Fimmina màghira (o sicca), mugghieri figghialora. E perché prolifere, si chiamano cunigghi in Palermo, cimiciai, in Modica, cioè feconde come i conigli femmine e le cimici.

 

Colorito: Il colore estetico siciliano è il bruno; non ricercato il bianco della pelle ed il biondo dei capelli. La donna bianca è sciapita (grèvia), non inchinevole all’amore, non forte in esso, incapace di commuoversi: proprio il contrario della bruna. Da cui l’antitesi proverbiale: Scauzza (brunetta) sapurita, bianca dissapita, e La nìura è caddusa, la bianca è sdignusa, ed anche:

 

            Quantu vali ‘na nìura ‘ngaddata

                   Non vali ‘na janca ad dissipata (Aci)

 

La donna bruna sente l’amore: Fimmina scura, fimmina amurusa. Come linfatica e debole, la donna di carnagione bianca è cagionevole e malaticcia:

 

                    Fimmina bianculidda

                    Unnici misi l’anu è malatedda.

 

L'uomo di carnagione bianca è fiacco di corpo e di spirito, poco energico nelle sue risoluzioni, non fermo nei suoi propositi: capace di mutare ad ogni vento come una banderuola. Quindi i contrasti popolari tra la neve, la quale trovasi abbandonata. sui monti o buttata in mezzo la paglia, e la cioccolata ed il pepe, che si avvolgono in carta o si chiudono in scatolette; tanto

                    Ca fôra cosa di jittari un bannu

                    “Cchiù duci di li niuri ‘un ci sunnu”

                    (Sarebbe il caso di gridare un bando: “Non vi sono donne più dolci delle brunette”.

 

Il colore bruno è naturale e non c'è modo di farlo imbiancare (sgaddari): bianchi si può figurare per via di belletti: Bianca pri forza, niuru dii natura. 

Il colorito sanguigno è eccitabile, iracondo, ma in fondo, buono, espansivo, amico degli amici, spesso compagnevole.

Viso senza colore, pallido, terreo (cu1uri virdi,  virdognu, di terra), rivela animo perverso, soprattutto capace di tradire, vendicativo, invido, maledico, alieno da qualunque affetto, simulato nelle amicizie: 

 

                    Facci senza culuri,

                    O fàusu o tradituri,

 

Ed altresì:

                    Chiddu chi 'n facci nun havi culuri,

                    O iddu è latru, o iddu è malu cori.

 

Una donna pallida in volto e di colore detto bilioso, è capace di commettere delitti. Essa è detta facci di mucca (Villalba) e parlando di lei si sente anche: Havi ‘na facci d' 'un nni dari a nuddi: frase che esprime poco buona volontà.

 

PELLE. Una rapida corsa sulla superficie del corpo ci permette qualche osservazione curiosa,  

Lo strato tutto della pelle (peddi, peu in Nic.), con voce un po' grossolana è detto còriu o cuoiru (Nic. e Sperlinga), cuoio, che però per metonimia vale anche tutto il corpo, vita, perciò: Appizzàricci tu còriu, o la peddi, vale perdervi la pelle, la vita. - Fàrisi lu còriu di unu, ucciderlo. - Vuliri lu c. di unu, volerne la pelle. - Salari li còria, uccidere. (1) - Aviri 1u c. a lu sali, aver ucciso uno. - Avir'i lu c. (o la peddi) duru, esser forte e resistente.

Alcuni quando consegnano un bambino un po' discolo a scuola dicono al maestro: Vossia mi nn' havi a cunsignari lu còriu, intendendo che il maestro debba batterlo bene per farlo rinsavire.

 

            (1)   Nel D. 531 dei miei Canti pop. sicil., 2,. ediz., v. I: 

            Nun v'azzardati a vèniri 'n Sicilia

            Ch'hannu juratu salarvi li còria 

Solo nella qualificazione avvilitiva: Facci di còriu, la voce cuoio è presa nel senso di pelle dura come quella di un montone.

Di un male superficiale di pelle, d'una lieve ferita cutanea, si dice che è 'ntra còriu e peddi o 'n peddi 'n peddi (Nic.); qùasi distingnendosi l'epidermide dal derma cutaneo.

La peddi, pelle, condivide la sorte dialettale del còriu, ma concorre anche a creare modi di dire come questi: Sarvàrisi la peddi, salvarsi. - Aviri la peddi dura, esser forte e resistente. - Arristari cu la p. e l'ossa rimaner molto magro; ed anche, fig., rimaner povero. - Cripari 'n peddi, esser di soverchio adirato. - Essiri 'nta la p.. d'unu, esser nella condizione di ql1ello. - Jiri la peddi, tirare a voler togliere la vita, a rovinare. - Il seguente proverbio: Ognunu si guarda la sò peddi, "ognuno dal canto suo cura si prenda" è notissimo, così come l' altro: Pellis pro pelle, o Peu p' peu (Nic.) megghiu la tò ca la mia.

L'epidermide, che, quando nel lavarci le braccia o altre parti del corpo strofiniamo e asciughiamo forte, si esfolia in forma di materia pastosa, si dice simulidda, semolino. Essa è peddi vecchia; s'intende però che sotto di essa si è già, formata la peddi nova altrimenti ne verrebbe fuori del sangue ed anche la carni viva.

Secondo i cultori delle scienze mediche i peli, le ghiandole sudorifere, le sebacee sono organi annessi alla pelle. Di questo il popolo non sa nulla; e noi non possiamo interrogarlo su argomenti che esso non comprende. Seguiamolo invece nelle sue tradizioni.

 

SUDORE. La fatica, lo sforzo corporale porta traspirazione cutanea, sudore. Perciò si guadagna lu pani cu lu- suduri di la frunti; pane del quale si vanta chi può ripetere il proverbio: Pani sudatu, pani onuratu.

La secrezione del sudore ha una gradazione che va rilevata. 

È umituliddu, umittatu, colui che ha la pelle un po' madulosa; sudateddu, chi è un po' sudatu,sudato; vagnatu, qualche cosa di meno di chi è 'nt ô acqua, grondante di sudore; nta ' na zappa d' acqua, bagnato fradicio; chi è così, dice che la sua cammisa si pò tòrciri, cioè la sua camicia è cosi bagnata che se si strizza a mo' della biancheria lavata, ne cola sudore come acqua. E qui si osserva che il trovarsi in una zappa d'acqua equivale ad aver tanto sudore addosso quanto più non si potrebbe 1.

Poi si dice che scùlanu li ciancianeddi, quando il sudore gronda.

La eccessiva fatica fa sudari comu 'na bestia o un porcu, cioè eccessivamente, ed anche fa sudari sangu.

Qnando noi lavoriamo ed altri mostra di scalmanarsi dolendosi di una fatica che non fa, diciamo: Io travagghiu ed àutru suda. E quando s'ha da fare con un uomo su cui non è da sperare: Nun è santu chi suda.

Il sudore profuso indebolisce e prostra: Lu troppu suduri jetta 'n terra.

Si suda friddu per debolezza, per paura, per vergogna, per morte vicina.

 

PELI E BARBA. L' nomo che ha molti peli in vari punti del corpo, alle braccia, al petto, alle gambe, ha o avrà buona ventura: Piusu, bonu vinturusu. Ma egli è anche un cotal poco inchinevole alla pazzia: Omu  pilusu, o pazzu o vinturusu, ed è alcune volte anche sofistico: letichino, permaloso: Pilusu di fora, pilusu di dintra; e qui pilusu dicesi figuro di colui che s'attacca a tutte le più piccole cose, che cerca, come suoi dirsi, il pelo nell'uovo, che appone a tutto con poca grazia. In Nicosia e altrove, di persona malvagia si dice che ha "il pelò nel cuore".

La villosità molto sviluppata alla regione inferiore della spina dorsale e particolarmente al sacro, è indizio non solo di fortuna avvenire ma anche di grande ingegno. Le comari de' rioni del Borgo e della Kalsa in Palermo tengono conto di questo fatto. Di un uomo con forza straordinaria si ritiene che abbia una piccola coda pelosa; quasi prolungamento del coccige.

A chi sia troppo peloso si affibbia il motto di omu di boscu (Nic.), uomo di bosco.

Di ragazzo che entri in pubertà con tutto l'apparato dei primi peli usa dire che 'mpinna, come l'uccello che mette le prime penne. Questi primi peli sono chiamati pila canini o pilucàn (Nic.).

Il peloso, per altro, fa presumere della sua virilità e vigoria: Omu pilusu, omu furzusu. Perciò se egli ha folta barba, si crede buono a tener ferma l'amante; questo farebbe supporre il proverbio:

                Varva ciurita 

                Manteni bona zita;

                benchè altro proverbio dica: La varva nun fa l'omu.

Frasi relative ai peli: Scutulari lu pilu ad unu, dargli busse. - Dari vastunati a leva-p., dar botte fortissime e dolorose. - Canusciri a p., conoscere pienamente appena veduto. - Arrizzàricci li pila ad unu, concepir ribrezzo o paura, raccapricciarsi.- Trentun pilu, ed anche tri-pila, dicesi per ischerzo a chi ha pochissimi capelli. - Mettiri pilu biancu, incanutire.

 

1 Una zappa d'acqua si divids in 4 darbi, un darbu in 4 aquili  o tarì un tari in 4 dinari, un dinaru in 4 pinni. Una pinna, che è la 256 parte, della zappa, empie due litri in un minuto.

Figuriamoci in che stato debba trovarsi chi dice di essere sudato a quel modo!

Lo sbarbato ha del femmineo, e quindi non è in tutto uomo. Così la donna che ha peli sul mento o sul labbro superiore (fimmina mustazuta), ha del mascolino, e perché tale,, è repellente e detestabile. Ecco per questo tre proverbi:

 

        Ddiu ti scanzi d’omini sbarbati e i fimmini barbuti.

 

        Ddiu nni scanzi di calamitati,

        D’omini spani (barbati) e fimmini varbuti.

 

        Ddiu ti scanzi di mala caduta

        E di fimmina mustazzuta.

 

        A omini sbarbati

        Càuci e pidati.

 

Lo sbarbuto è sciocco, incapace di risoluzioni energiche e di forti propositi; così un gallo senza cresta (cricchia) è esso più un gallo?

 

        Lu gaddu senza cricchia è capuni1

        L’omu senza varva è un gran minchioni.

 

            1 In Sicilia quando si castrano i galli si recide la loro cresta.

 

Laonde parrebbe che per avere poca barba i giovani abbiano poco giudizio: Poca varva, pocu giudiziu.

I ragazzi impazienti di vedersela spuntare ‘inducono ad ungere il viso di escremento di vacca o di colombo.

L’uomo, com’è facile comprendere, tiene alla barba, della quale è felice come del possedimento d’una moglie e del danaro: Varva, mugghieri e dinaru fannu la felicità di l’omu.

Sena entrare nel campo di Figaro, ecco alcuni modi di dire sulla barba: Varva a scuparinu, è detta quella sotto il mento. – Varva a scupitta, quella tagliata corta. – Varva â faviana, è quella che dicesi: fedine inglesi. Cinnaca o cullana, la striscia i barba lasciata, alla maniera antica, sotto il mento. – Varva all’aria, voce negativa; poiché in Sicilia la piegata del capo indietro è segno di negazione.

Fari la varva d’oru, arricchire. – A la varva sua! A suo dispetto! – Fasi la varva di stuppa, canzonare, lasciar deluso;  far male ad uno che noi pensi; dichiarar balordo alcuno. – Havi la varva di P. Santoru (Catania), ovvero Havi la varva, dicesi di cosa notissima. – Di varva e mustazza, a scorno, a dispetto. – Omu ci setti para di mustazza, o di baffi, uomo valente, bravo, e che si fa rispettare. – Diri ‘na cosa ‘nta lu mustazzu, dirla in faccia sena timore. – Passiàricci ‘ntra li mustazzi, dicesi di chi avendo offeso altrui, se la passa impunemente. – Nun aviri mustazza di fari ‘na cosa, non aver l’abilità di farla. – Nun cc’è mustazzu pri tia, non v’è alcuno che ti possa stare a fronte.

 

Testa

 

TESTA IN GENERALE. Importa anzitutto avvertire che parlando di testa il popolo intende non solo il capo anatomicamente parlando, ma anche il contenuto di esso, la mirudda, la midolla, il cervello, lu ciriveddu, che non è materialmente la polpa cerebrale, ma l’ingegno, l’intelletto e quanto di nobile fa differire l’uomo dal bruto.

Per non venire meno al disegno delle regioni anatomiche, io sono costretto a notare qui la parte relativa alla testa, ed a suo luogo l’altra che si riferisce al cervello; ma farà bene a leggere le due pagine chi vorrà aver sott’occhio, tutto ciò che concerne il contenente ed il contenuto, i quali alla fin fine, riguardano non già il capo, ma l’intelletto. Cominciamo con la parte materiale.

La testa è coperta di capelli, e della cutina, cotenna.

Un indovinello comprende i capelli e le aperture degli organi dei sensi.

            Haju ‘na bedda cu setti purtusa,

            Liscia davanti, diarreri è pilusa (Modica)

            Ho una bella con sette buchi: liscia dinnanzi, di dietro è pelosa.

 

Ed un altro, più minutamente:

            Sutta di ‘nna puddàra, valatitu,

            Sutta lu valatitu, du’ spicciali,

            E sutta li spicciali, du’ canali,

           Sutta ‘i canali cc’è ‘na ruticedda,

           E dintra cci spassa la munachedda (Modica)

              Sotto un pollaio (i capelli) [vi è un] lastricato (la fronte); - Sotto il lastricato, due specchi (gli occhi), - E sotto gli specchi, due tegoli (le narici), Sotto i tegoli c’è una rotina (la bocca), - E dentro vi la tonacella (la lingua). 

 

Questa monacella è la lingua, la quale, è bene notarlo fin da ora, in altri indovinelli è sempre chiamata così perché chiusa in una celletta.

La testa, come si è detto, per via del cervello, contiene l’ingegno, il giudizio, il senno, la memoria. Più essa è grossa e maggiore è la presunzione dell’ingegno, particolarmente se nuda di capelli è la parte superiore della fronte; nel qual caso si ritiene ricca di sapere o di sapienza.

La testa piccola, al contrario, è addirittura priva o scarsa di giudizio; infatti si dice testa nica (t. piccola) chi non comprende bene o prontamente, o chi commette spropositi materiali e morali.

‘Un havi testa, Persi la testa, si dice di chi ha poco giudizio, di chi commette grandi scioccherie o prende qualche risoluzione che porterà a lui o ad altri conseguenze tristi. Di costui si dice pure: La testa unni l’ havi si lu sapi iddu; e per ischerzo: Havi la testa supra la diritta, o supru li capiddi, o Havi la testa scavigghiata, non ha il cervello a sesto.

Nun aviri t., essere tanto preoccupato da non potere porre mente in chicchessia, non essere buono a nulla.

Nun aviri t. a postu, essere dissennato.

Testa pisciata, è qualificazione di uno che abbia passione e pretensione per chicchessia. – T. sicca, chi dorme poco. – T. càuda, chi è pronto e ardito. – T. quatra, uomo avveduto, che apprende ed opera con senno. – T. chi fuma, persona che ha collera o stizza o cruccio. – T. ad ìchisi, o stramma, persona inconsiderata e stramba. – T. ‘nta ll’aria, o leggia, cervellino smemorato, stravagante. – T. di ruvulu, o dura, o di brunzu, caparbio, ostinato. – Corpu di t., atto da caparbio. – Pi la sò t., per la sua testardaggine.

Il contadino, il villano stupido o caparbio si dice che Havi la testa cotta a lu suli, e se soltanto caparbio, testa di mulu.

Fari metteri la testa ad unu unni cci havi li peli, umiliarlo, avvilirl; ucciderlo.

Jittàrisi li manu ‘n t. (Aci), tirarsi i capelli per gran dolore o spavento.

Bedda t.,  ingegno, culto, savio, e dicesi anche ironicamente.

Caminàricci la t., esere abile speculativo, ingegnoso, destro.

Diri la t., pensare, presentire, prevenire; venir voglia o capriccio di fare o dire una cosa.

Pàrtiri o perdiri la t., non ci si raccapezzare più; ammattire.

Satàricci la t., rimanere stordito di una cosa che non s’intenda – Fari satari la t., confondere, imbrogliare, inquietare.

La testa di l’omu dottu, morta parra, per via delle opere lasciate. – Rumpire la t., fig., perdere la verginità per via disonesta; ed anche avere i primi mestrui. – Mettiri la t., ‘nmmenzu l’aricchi, si dice per ischerzo minacciando i bambini. – Mettìri cu la t. a la canna, infamare. – Essiri misa â testa d’’a lanza (Aci), letteralmente: esser messo a capo della lancia, e fig., essere sparlato per qualche fatto rischioso o poco buono. – Manciari ‘n t. ad unu, essere più lungo di un altro: superarlo per abilità, scaltrezza, ingegno.

Manciari la t., aver grattacapi e pensieri molesti; saltare il ticchio ecc.

Testa e tistuni e un diavulu chi mi porta, impegno, danaro e fortuna, e si va innanzi bene. – A cu’ nun havi t. cci vonnu boni gammi, a chi non pensa prima, lavora più poi.

Il prurito al capo è segno che si ha una sorella fidanzata (Nicosia).

 

 

Continua

 

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